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BRINDISI

Quindici giorni: tanto durava il viaggio da Roma a Brindisi. Ma la via Appia, che univa Roma alla sua colonia, fu qualcosa di piu' di una strada destinata a sveltire i tempi e facilitare i commerci. Rappresento', come spesso avvenne con le grandi strade consolari, un potente strumento di penetrazione militare e civile di Roma nell'Italia meridionale. Brundisium era, quando i Romani la occuparono nel III sec. a.C., un porto che dalla lingua dei suoi antichi abitanti e dalla forma dei bracci di mare che l'avvolgevano, traeva il nome messapico: Brunda, vale a dire testa di cervo. La costruzione della via Appia, terminata nel II sec. a.C., sancì la fortuna della colonia romana, destinata a diventare poi municipio e autentica testa di ponte per gli interessi economici e militari di Roma in Oriente.

La stessa costruzione di questa autostrada ante litteram (la sede stradale era larga 9 metri) rappresento' un'epopea a se': le maestranze erano i soldati romani, guidati dai mensores, i geometri del tempo, e gli architecti, gli ingegneri, dovettero affrontare problemi di livellamento del terreno, di drenaggio delle paludi, innalzamento di viadotti e ponti. Mentre i lavori avanzavano, nelle campagne attorno sorgevano, con il nome di villae, nuove aziende agricole, i terreni venivano centuriati, un reticolo di strade minori si dipanava dall'arteria principale e fiorivano nuove citta', come Lucera. Anche la tecnologia adottata era piuttosto complessa: gli sterratori scavavano nel terreno un fossato profondo, lo riempivano do grosso ciotolame cui seguivano strati sempre piu' minuti di pietrisco, ghiaia e quindi una pavimentazione di grosse lastre di pietra. Lungo la strada sorgevano le stationes che si potrebbero irriverentemente accostare alle moderne aree di servizio.

Buona parte del tracciato dell'antica via Appia e' oggi scomparso. Lo si puo' individuare solo grazie a rilievi compiuti con fotografie aeree, o indovinare seguendo le tracce dei tratturi e dei sentieri che nei secoli vi si sono sovrapposti. Lasciata Venosa, la patria lucana del poeta Orazio (che, in una nota satira, canto' il viaggio lungo la via Appia), l'antica strada romana raggiungeva Gravina e poi, attraverso vecchie masserie, puntava verso Taranto. A volte i grossi lastroni divelti dalla sede stradale sono ammassati sui muretti a secco laterali, a volte giacciono ancora sul terreno recando le tracce lasciate dal passaggio dei carri. Dopo Taranto, l'Appia si snoda rettilinea pochi kilometri a sud dell'attuale statale n. 7. Infine, lungo un tratto di strada che conserva ancor oggi l'antico nome, giunge a Brindisi. A segnarne il termine erano molto probabilmente le due colonne i cui resti ancora oggi si levano in una piazzetta a due passi dal porto. Una delle colonne, alta 19 metri, e' coronata da un capitello figurato con le teste di Giove, Nettuno, Minerva, Marte e otto tritoni. Forse sorreggeva una statua. Sul basamento un'iscrizione molto piu' tarda, ricorda il governatore bizantino che nel X sec. riedifico' la citta'. Della colonna gemella, crollata nel 1528, resta solo il basamento. Il corpo della colonna fu ceduto ai leccesi che vi collocarono la statua di Sant'Oronzo in segno di gratitudine per essere scampati alla peste del 1656. Accanto alle colonne una lapide ricorda la morte di Virgilio, che qui (19 a.C.) spiro' di ritorno da un viaggio in Grecia. Molta storia romana e' passata da queste parti: l'assedio di Cesare a Pompeo, la pace tra Ottaviano e Marco Antonio, la partenza delle legioni per la Dacia. Dal 110 d.C. una nuova strada, la Traiana, aveva raggiunto Brindisi. Ma era stata la vecchia Appia ad aprire il cammino.

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